Faërie

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[FFXII] L'inizio di una nuova vita., Introduzione ad Archades 1/3.
view post Posted on 8/2/2009, 19:14P_QUOTE
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Immortale

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 22/11/2009, 22:24


Gott hot ein velt fill kleiner velter berschaffen.
Dio ha creato un mondo pieno di mondi più piccoli.

Proverbio Yiddish.



“Vater, willst du im Arm mich nehmen” [«Papà, vuoi prendermi in braccio»]
Il piccolo Cid era Bunansa - non si domanda, se non con voce vellutata ed imperiosa -, ma col piglio dei Ronsenburg diede un paio di strattoni leggeri al mantello del padre, seduto alla poltrona della grandissima scrivania.
Basch carezzò i capelli del piccolo, si chinò per cingergli la schiena e tirarselo sulle ginocchia.
Cid, tenendo ben stretto tra le braccia il coccodrillo di peluche Gnappy, lanciò un’occhiata ai fogli davanti a lui, incantato dai colori delle intestazioni di pagina, sgargianti e raffinati.
“Warte einen Augenblick, Zid. Dein Vater soll zu arbeiten aufhören”. [«Aspetta un attimo, Cid. Tuo papà deve finire di lavorare»]
“Vater Balthier wartet uns!” [«Papà Balthier ci aspetta!»]
“Ja, Zid, Ich weiß das. Nachdem Ich meine Arbeit aufhören hatte, wir gehen nach den Labors. Gedulde dich noch etwas.” [«Sì Cid, lo so. Dopo che ho finito il mio lavoro, andiamo ai Laboratori. Pazienta ancora un po’»]
“Auch Gnappy kommt mit uns..” [«Anche Gnappy viene con noi..»]
“Gewiss werden wir auch ihn bei uns haben... Vater Balthier wird sich freuen, seinen kleinen Wildfang zu wiedersehen…” [«Certo che portiamo anche lui con noi… Papà Balthier sarà felice di vedere il suo piccolo diavoletto…»]
“Ihr seid am besten, Appà!” [«Appà, siete i migliori!»] esclamò, e sorrideva tutto, dalle labbra agli occhi vispi, nocciole profonde ed intelligenti. Basch gli sorrise a propria volta, pieno di gioia a vederlo così raggiante. Gli passò il palmo davanti al viso, tirandogli indietro i capelli corti e spettinati, più scuri di quelli di Balthier.
Cid rise.


Appà, papà. Appà Baaa’, <i>all’inizio, per chiamarli tutti e due, prendere la loro attenzione e lanciarsi in un sorriso che racchiudeva il mondo straripante di vita. Oramai il piccolino aveva cinque anni, sapeva dire la parola archadica “papà”, ma sembrava non volersi separare da quel dolce appà.
Testardo, emotivo. Aveva il sangue di Balthier nelle vene. Forse.
A nessuno importava chiedersi se fosse vero, perché una verità più profonda e grande sorreggeva il cuore di entrambi: Cid era figlio loro. Era loro. Era l’inizio di un nuovo futuro, insieme.


Basch lo cullava dolcemente, il bambino gli teneva la testa poggiata sul braccio, assonnato. Era stato a giocare, per tutto il pomeriggio, sui tappeti dello studio del padre Giudice, parlando sottovoce a Gnappy, per chiedergli consiglio sul castello che doveva costruire con i mattoncini colorati. Nonostante l’impegno, aveva finito solo il piano terra ed i muri: l’aveva abbandonato per raggiungere il genitore, impaziente di aspettare ancora. Adesso, al sicuro e al caldo dell’abbraccio paterno, la stanchezza si faceva sentire. Si era lamentato piano del dolore alla gamba, Basch gli aveva baciato il capo e detto che sarebbe passato.
La caviglia rimasta malforme per quell’infezione nei primi mesi di vita, preoccupava non poco sia lui che Balthier. I dottori avevano parlato di operazioni traumatiche ed inaccettabili, per ora facevano di tutto per alleviare la fatica e la sofferenza del bambino, ma una creatura vivace ed irrequieta come Cid, che non si faceva fermare dalle difficoltà né dal dolore, era difficile da preservare.
Basch mise via la penna, che rotolò in tondo.
Si chinò a baciare la guancia del piccolo. Cid sbadigliò.
“Wach auf, Zid. Jetzt können wir nach Vater Balthier gehen”

Il Giudice Gabranth era l’entità umana più terrificante di tutta Archades, e nell’Impero associabile, nel timore, solo al nome dell’Imperatore Larsa.
Quando Noah era morto, Basch aveva preso il suo posto: si era tagliato i capelli, si ordinava la barba tutte le mattine. E guardandosi allo specchio vedeva solo se stesso, nei panni del suo gemello. Dormiva nelle sue stanze, indossava la sua armatura. Le vestigia di ferro, pelle e seta dei Judges Magisters erano totalmente personali, quando il Giudice moriva venivano distrutte assieme al suo corpo… Quelle di Noah erano passate a lui. Il Giudice Gabranth non era morto.
Chi si ricordava di Noah? Di lui come uomo, non dell’inflessibile Giudice… Se n’era andato dando la vita per riscattare se stesso, e per difendere quelli che amava. Come ultimo atto d’amore aveva chiesto a Basch di prendere il suo posto.
Tutto quello per cui Noah aveva combattuto, per anni, facendosi strada nelle insidiose vie di Archades, e del palazzo reale. Ciò che Basch non aveva mai voluto.
Qualcuno aveva dato, qualcuno aveva preso. Il dono confondeva le mani che lo sorreggevano, il presente abbracciava due anime contraddittorie, tenendole insieme.
Un bambino giocava sui tappeti di Noah, riempiva quello studio adornato di mobili antichi, austeri, con parole squillanti e leggere, tingeva di tenerezza l’aria, illuminava il cuore, invitava al sorriso.
Noah avrebbe adorato Cid. Ma Noah era un passato che Basch credeva fosse perduto per sempre.


Archades era mollemente adagiata tra il tramonto ed i bagliori bianchi dei lampioni. Punti di luce tra le sculture architettoniche e i giardini pensili. L’atmosfera irreale della sera, appena prima della notte.
Cid cantava allegramente, affacciandosi ai finestrini, in ginocchio sul sedile. La macchina accostò lentamente le rampe del cinquantesimo piano dei Laboratori Draklor. Cid poggiò una mano sul finestrino come a voler fermare l’immane spettacolo di ottanta piani, enormi nel loro orgoglio.
“Appa’ Balthier!” esclamò.
Basch lo sollevò con un braccio, tenendolo a sé. Non doveva temere di fargli male con l’armatura: era in abiti civili, era solo Basch. Aprì lo sportello senza aspettare che l’autista scendesse, lo congedò. Mise in terra il bambino, tenendogli la mano.
Dietro le porte scorrevoli passò rapida un’ombra. Si aprirono.
Balthier. Languido e sexy, anche se alla fine d’una giornata di lavoro. Lo sguardo fisso su loro due, come se non esistesse nient’altro al mondo.
Cid accellerò il passo, lasciò la mano di Basch, correndo verso Balthier. Il padre si chinò su di lui per baciarlo.
“Ciao piccolino, come siamo frizzanti…”
“Ha giocato tutto il pomeriggio, non si è fermato un attimo, ed è venuto a dormirmi in braccio per evitare che lavorassi ancora per molto” appuntò Basch, accostandosi a loro.
Sorrise, baciando il suo compagno.
Balthier lo guardò negli occhi, poi sollevò il sopracciglio in una piccola smorfia divertita ma seria, chinando la fronte per guardare bene il bambino. Gli disse: “Cid, alla tua età? Ancora dormi in braccio al tuo papà?”
Cid rispose qualcosa in quella lingua incomprensibile ed aspra di Landis, Basch trattenne a stento una risata, e, traducendogli, lo supplicava con lo sguardo di non essere troppo severo.
Balthier si lasciò convincere, e portò tutti dentro perché il the caldo li stava aspettando.


I Laboratori Draklor erano l’apice di generazioni di uomini e donne fervidi, traboccanti di passioni. Una madre divina potrebbe immergere in acque sacre il proprio neonato per garantirgli l’invulnerabilità, i genitori imbevevano i figli d’un fuoco sacro, trasmettendo loro la linfa incendiaria della forza, e della libertà. Decenni di nobiltà decantata, di esploratori, inventori, spiriti cresciuti nella consapevolezza di se stessi, e dei propri desideri.
I Laboratori erano l’arteria centrale dell’Impero. Vivi finchè il nucleo che li aveva tenuti vivi, il Dottor Cid, era stato in vita. La sua morte, durante la guerra dell’Imperatore Vayne contro la Resistenza, aveva segnato il loro destino. Erano passati in mani che li avevano prima fatti appassire, poi depredare. L’unico figlio del Dottore era scomparso nel nulla. Gli ottanta piani illuminati ed operativi anche di notte si erano richiusi su se stessi: dapprima gli ultimi dieci piani, quelli del Dottore, poi gli altri, erano sfioriti, si erano fatti oscuri. Il buio emetteva tristezza. Archades non era stata più la stessa.
Erano stati anni di crisi.
L’Imperatore Larsa Ferrinas Solidor era succeduto al fratello Vayne, morto nella battaglia che segnò la fine della guerra contro la Resistenza, contro i potenti, come il Marchese Halim Ondore IV, che non volevano il giogo dell’Impero. Persino Archades sfioriva. Nei giardini, nei sorrisi della gente si leggeva mestizia. Le balconate in cima ai palazzi erano più silenziose che un tempo, la nobiltà taceva. Fuori, nelle province, si festeggiava la fine di una guerra e l’aprirsi di una nuova epoca. La Capitale del grande Impero era rimasta paralizzata, languente d’una ferita nascosta. L’Imperatore era appena dodicenne. I tempi gloriosi in cui Vayne manteneva le promesse di giustizia e potenza, non potevano essere più lontani.
Il Dottore era impazzito: solo pochi fanatici si ostinavano a guardarlo con occhi sgranati di ammirazione. Il Dottor Cid, che era stato un padre ed un’ispirazione per coloro che lavoravano per lui ai Laboratori, era diventato lontano e indifferente. Eppure avevano continuato ad amarlo, anche nella paura. Lui e Vayne erano morti.
L’Impero festeggiava, la Capitale sorrideva, pallida.
Basch era rimasto solo, nella corazza di Giudice.
Balthier era disperso. Per l’uomo di Landis era impossibile crederlo morto, e l’aveva aspettato, per un anno. Ma quanto dolore ci fu quando si rividero, quanti giorni bui, quante notti passate insieme senza un briciolo d’amore, non si possono dire a parole, e fanno parte di un’altra narrazione.



Cid salutava tutti. Ricordava i nomi di quelli che vedeva spesso, quando andava ai Laboratori, per gli altri faceva un po’ fatica, e sbagliava solo ogni tanto. Balthier rallentava per lasciare che i suoi uomini salutassero il bambino. Ovviamente i saluti andavano estesi anche a Gnappy.
Cid era il bambino più espansivo che Basch avesse visto, e tra i cugini più piccoli a Landis e i ragazzini di Dalmasca, non si poteva certo dire che ne avesse avuto a che fare con pochi. Gli scienziati ed i lavoratori dei Laboratori salutarono anche il Giudice, con la massima deferenza possibile, e per fortuna erano lontani i tempi in cui Basch quasi li vedeva svenire di terrore al suo passaggio.
Entrati nelle stanze private di Balthier, furono finalmente soli.
“Hai finito per oggi?”
“Venite, prendete il the. No, non ancora. Tra un quarto d’ora finiscono le prove di sotto, devo vedere i risultati. - Cid li osservò in silenzio, senza interrompere – Se va tutto bene, domani, Cid, i papà ti portano all’Esagono nel pomeriggio”
Cid e Gnappy guardarono Balthier con trepidazione.
“Toll!” esclamò il bambino.
Basch gli pizzicò piano il naso: “Cid, in archadico davanti a papà Balthier, se no non ti capisce.”
“Basch, fino al toll ci arrivo, l’avrà detto chissà quante volte… Non capisco quando mettete i verbi in posizioni strane e parlate troppo rapidi.”
Cid si voltò verso Balthier, e con grande serietà gli disse: “Appa’, mi faccio perdonare se ti canto la nuova canzone di Landis che ho imparato?”
“Sì, ma prima fammi servire il the, così ti ascolto con calma – lo aiutò a sedersi sulla sedia alta, come le altre della scrivania, versò il the a tutti e tre, mise lo zucchero nella tazza di Cid – Basch tu non hai problemi per domani?”
“Ho sempre tempo, per voi.”
Guardò con tenerezza Balthier, carezzò il capo di Cid seduto tra loro due.
Balthier forse avrebbe voluto rispondere qualcosa, ma si distrasse, guardando Cid. Si sfilò gli occhiali (dodici decimi sforzavano, da vicino, i suoi poveri occhi febbrili e attenti), e gli fece cenno di iniziare. Lo ascoltò, fino in fondo, lasciando che superasse da sé i tentannamenti.
Il suo cuore di padre era al culmine della gioia.

… Balthier tornò nella vita di Basch per puro caso, e da allora passava accanto a lui come una cometa che non si ferma sulla terra, ed illumina per poco il cielo in modo che nessun’altra stella, fissa, riesce. Non dormivano insieme, non era neanche amore, non c’era acqua per il deserto che si era scavato in lui: le cicatrici profonde che gli solcavano la schiena, per via delle esplosioni della Bahamut, non erano niente in confronto a quello Ridorana gli aveva strappato.
Dopo molti mesi, molti errori e molte fughe, Cid fu più rapido della morte a raggiungere l’aviopirata senza più freni, e lo conquistò definitivamente, inchiodandolo al peso dell’amore.
Così Balthier tornò, dopo molto tempo che non lo faceva più, ad Archades. Stavolta, per supplicare di poter restare. Un Bunansa non supplica, un Rosenburg non conosce la pietà che svilisce chi chiede. Eppure la disperazione di entrambi, e l’amore, mischiarono le carte in modo che non si sa bene come definire quella notte, quei minuti cruciali in cui si scambiarono uno sguardo.
Cid aveva poco più che quattro mesi di vita. Era sottopeso, nonostante le cure dell’aviopirata e delle Viere. Glielo aveva buttato in braccio una donna in un porto a sud, dicendogli che era suo. Voleva soldi. Gridava, le labbra tese sui denti, scoperti.
Il bambino era esile e fragilissimo, tra le braccia. Gli occhi gli si aprirono solo quando allungò una manina per sfiorargli il colletto della camicia.
I loro sguardi si erano incrociati. La locanda sparì, la donna smise di parlare.
Balthier strinse tra le braccia il suo piccolo cuore, febbricitante, una bocca sulla sua fronte, i capelli corti e sudati. Il volo senza fermate verso il bosco, assieme a Fran, verso la foresta di Golmore, a Eruyt, dove lei era nata, per curarlo.
Due mesi di attesa e di speranza. L’infezione era stata fermata, il bambino aveva ripreso a cincischiare suoni di gioia, senza senso, pura cristallina voce che si connetteva al mondo tramite luci e sapori verbali ancora senza linguaggio. Per il piede leggermente deformato, tuttavia, non c’era stato niente da fare: la gamba era stata salvata, ma il piccolo avrebbe portato a vita il segno di quei terribili primi mesi di vita. Una leggera infezione era rimasta: riusciva a muoverla, ma non completamente
Balthier non desiderava altro che cancellare il passato di quel bambino. Dal suo corpo, dal cuore, dalla mente. E non poteva farlo ad Eruyt: le Viera non li avrebbero ospitati per sempre, i Garif non erano un’alternativa accettabile, e la vita di Balthier era un lampo che lasciava solo cenere, attorno a sé. Però attese, ancora, lasciandosi annullare dalla quiete sempre identica degli alberi di luce in cui le Viera nascevano e vivevano secoli.
Passeggiava, parlava col piccolo, comunicando con la voce, con il viso, con ogni gesto.
Arrivò il giorno in cui non riuscì più a sopportare tutta quell’immobilità. Era tempo di andare, non c’era modo di prepararsi a rivedere Basch, e non poteva più aspettare.
Cid aveva sorriso, trasmettendogli tutto il coraggio del mondo.
Balthier era partito il pomeriggio stesso. Fran e alcune Viera lo avevano scortato fino al villaggio garif, dove aveva lasciato la nave. Fran era partita per il Nord, dicendogli che se avrebbe avuto bisogno di lei non gli avrebbe certo fatto mancare la sua presenza. Vedere una Viera sorridere in quel modo, consapevole ed etereo, aveva stupito non poco l’aviopirata. Fran, poi. Non c’era stato bisogno di altro, spiegazioni o rassicurazioni: Fran sapeva già che l’esito di tutto poteva essere soltanto uno. Solo nel cuore di Balthier il dubbio restava, accecato da sentimenti che lo attraversavano come se fosse stato di cristallo.
Aveva ringraziato i Garif per le medicine che avevano preparato, per le cose che avevano procurato. Gli esseri dal corpo umano e il copricapo animale gli avevano fatto i complimenti per il bellissimo bambino, gli avevano detto di venirli a trovare presto, con Basch. Lo avevano rassicurato che anche con un piede un po’ leso un uomo può diventare un buonissimo guerriero.
L’importante è il cuore!
Balthier aveva sorriso. Messo Cid nella sua culla soffice e calda, sulla Strahl, gli aveva dato uno sguardo più attento degli altri, immaginando come poteva essere il futuro di quel chiaccherino che non si stancava mai. Il primo passo stava a suo padre, ora: ad Archades, da Basch.
Era il primo, quello che avrebbe deciso ogni cosa.

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