Faërie

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Capitolo Uno - Firuzeh
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 22/11/2009, 22:24


Nel cuore del deserto, c'era un pozzo di acqua pulitissima. Sgorgava abbondante dalla terra, come una lunga ferita segnata da una lancia divina, circondata da rocce brune che non solo la trattenevano, ma la proteggevano dai venti, dalla stessa luce del sole. Gli uomini e le altre creature lo chiamavano il Tempio, eretto da un dio ignoto, dedicato alla Vita. In nessun posto c'era acqua così buona e pura.

La vena d'acqua emergeva, poi, anche più a sud e a nord, dove vivevano gli uomini, stretti attorno alle pozze che si allargavano nella sabbia, custodite dalle piante del deserto.

A sud, a mezza giornata di viaggio, c'era la grande oasi di Firuzeh. A ovest, la vecchia fortezza circondata di pietre scolpite dal vento, ormai quasi del tutto in rovina. A est, la torre degli avvistamenti, dove il fuoco era tenuto sempre acceso dalle guardie. A nord, l'oasi di Meddìn.

Erano gli unici avamposti civili nel cuore del grande deserto. Si diceva che ogni anno la sabbia guadagnasse terreno, a nord e a sud, ma ormai chi si avventurava per le piste, difficilmente tornava: l'acqua che sgorgava a Firuzeh e nella città di Meddìn era più che sufficiente a mantenersi, perché arrischiarsi in viaggi che diventavano sempre più pericolosi? Erano due generazioni, ormai, che diminuiti i grandi venti dall'ovest, sempre meno uomini partivano. E quasi nessuno tornava. Ancora meno ne arrivavano.

Molti sand-skaters giacevano abbandonati nelle loro nicchie. Alcuni non funzionavano neanche più.

La vita procedeva regolata dalle storie del passato e dalle preoccupazioni del presente. Le fitte corrispondenze tra le due oasi, i sistemi matrimoniali e sociali, le danze attorno al fuoco, erano tutto ciò di cui la maggior parte delle persone si accontentavano.

Loro, dopotutto, erano uomini. Felici di esserlo ancora.

***

Edited by karura - 6/9/2009, 21:51

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Il forte vento che soffiava da sud faceva letteralmente volare il piccolo sand-skaters sulle dune. Roxas strinse gli occhi dietro i grandi occhiali protettivi, rafforzò la presa sulle corde e divarico' maggiormente le gambe per distribuire meglio il peso. Era un sand-skaters costruito per la velocità, e non era comodo od elegante ma Roxas non ne avrebbe desiderato uno diverso.

Il deserto era un mare senza fine di sabbia dorata, bruciato dal sole e sferzato dai venti. Non vi era nulla di dolce o tenero in quel luogo. Ogni duna sembrava uguale alle altre, ma il vento modellava il paesaggio cambiandolo continuamente. Non c'era alcuna sicurezza o punto fermo; se non eri nato per quei viaggi, o non avevi il vento nel sangue come Roxas, il deserto poteva trasformarsi da innocuo paesaggio in un immenso cimitero dove anche la memoria cadeva nell'oblio.

Roxas stava per compiere quindici anni. Era un ragazzo minuto e magrolino, dagli insoliti capelli color sabbia del deserto e grandi occhi azzurri. Dava l'impressione di una creatura efebica per sempre imprigionata in quel limbo indefinito che separa l'infanzia dall'età adulta. Non bambino, mai veramente vecchio. Non al di fuori almeno.

"Di più. Ancora più veloce!" strillò Sora, il suo adorabile e irritante gemello, seduto fra le sue gambe. Si era tolto gli occhiali protettivi e il cappuccio che nascondeva i capelli color cioccolato per abbandonarsi al vento. Braccia allargate e un'espressione estasiata, sembrava intenzionato ad abbracciare tutto il mondo.
"Rimettiti gli occhiali, rischi di accecarti" lo riprese Roxas sapendo però di aver perso in partenza. I due indossavano la tipica "divisa" di chi viaggia attraverso il deserto: larghi pantaloni marroni, anfibi neri, una maglia con sopra un mantello e un cappuccio calato sul viso, grandi occhiali con lenti arancioni per proteggersi dal sole e guanti di pelle per maneggiare le corde.

Sora era la sua copia sputata, e al tempo stesso racchiudeva tutto ciò che Roxas non era o sarebbe mai stato. Fisicamente uguali, caratterialmente erano due esistenze agli antipodi. Sora non vedeva il male, conosceva il dolore dell'abbandono e della separazione ma nulla sembrava mai toccarlo veramente. Faceva parte di quel mondo come lui, ma al tempo stesso ne era separato, fuori dal tempo e dalla vita stessa. Inseguiva solo una forma vaga e assoluta di felicità, e sembrava risplendere di luce propria. Roxas conosceva il male, e alle volte i suoi occhi azzurri diventavano color del mare in tempesta poiché odiava e si arrabbiava. Era un comune essere umano. Sora sembrava elevarsi sopra tutti gli altri, una creatura eterea portatrice di felicità, di quelle destinate a morire giovani. Lo amava come solo un fratello, addirittura gemello poteva fare. Una parte di sé che si era separata da lui alla nascita, per sempre uniti nella vita e oltre.

La parte più rognosa ovviamente.

"Potresti anche darmi il cambio. Guido da ore, e Meddin è ancora lontana. Se non fosse stato per questo vento provvidenziale..."
"Ahhh andiamo Roxas, rilassati! Che male c'è a fare un pò tardi? Non senti com'è bello il vento sulla pelle?"
"Se tarderemo ancora, calerà la notte" ringhiò Roxas a denti stretti, le mani che si contraevano compulsivamente sulle corde "E di notte dovremo fermarci e accamparci. Accendere un fuoco, resistere al freddo glaciale, difenderci dalle bestie feroci."
"Mhmm. Ciiiibo."
"Idiota!" urlò Roxas ingoiando una manciata di sabbia. Tossì un pò e poi riprese "Ascoltami per una volta!"
"Uffa, lo sai che non sono capace di preoccuparmi a lungo. Il Vecchio Saggio dice che alla nascita tu ti sei preso tutta l'intelligenza e a me è rimasta solo la comicità. Quindi assumiti le tue responsabilità."
Roxas inspirò. Espirò. Strinse le corde fino a farsi male.
"Un giorno" mormorò minaccioso, gli occhi che brillavano folli dietro le lenti "Ti strangolerò nel sonno e seppellirò il tuo cadavere nel deserto."
"Oh, guarda. Una duna a forma di pecora." proseguì imperterrito Sora, ignorandolo. Una pausa. Poi, con voce dubbiosa e al tempo stesso lamentosa: "Ehy, ehy. Ma cos'è una pecora?"
Roxas, frustrato e impotente, tentò davvero di avvolgere la corda intorno al collo del gemello e farla finita.

Nel frattempo il sole stava velocemente tramontando dietro le dune ad ovest.

***



Affondavo la mano nel laghetto dei loti e pensavo: «Sono felice. Che non un solo attimo mi scorra accanto senza essere ringraziato, baciato».
Una notte, domandai: «Sei felice, Al'skander?»
Rispose, sorridente: «Non lo capisci?»
«Oh, sì, per questo. Ma intendevo dire, qui, a Ecbatana.»
«Felice?» disse, riflettendo. «Che cos'è la felicità?» Mi accarezzò, per farmi sentire che mi era grato. «Avere realizzato i propri desideri, sì. Ma anche quando la mente e il corpo sono tesi fino a spezzarsi, quando non si ha un solo pensiero al di là di ciò che occorre fare subito dopo; in seguito ci si guarda indietro, e là era la felicità.»
«Tu non ti fermerai mai, non è vero, Al'skander? Nemmeno qui.»
«Fermarmi? Con tutto quello che ho da fare? Spero proprio di no.»


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***
Il sole non era neanche tramontato, che la luna a tre quarti era in un angolo basso del cielo. Color ruggine, iniziava a farsi vedere tra le rocce ancora calde del Tempio.

Un luogo di pace. Simbolo, nei tempi antichi, della concordia tra gli uomini e i najisat.

I colori erano densi; le lastre di pietra, disposte in modo irregolare le une contro le altre, in gradoni elevati verso il cielo, facevano cantare il dolce vento serale. I vecchi racconti parlavano del riposo diurno dei najisat, in quel luogo magico: anche la stirpe degli impuri aveva bisogno del conforto, fosse anche un guanciale di pietra, perché quando il sole era alto erano più deboli, cercavano l'ombra. Gli uomini non davano loro la caccia, di giorno, nel Tempio di roccia, così come i najisat non attaccavano gli umani.

Era un limbo di tregua, l'unico ormai rimasto.

A nessuno sia negata l'acqua: era una legge del deserto.

Unica condizione, che nessuno profanasse la notte, nel Tempio. Quello, era il regno di najisat e di jānn.
Questo a Roxas e Sora lo avevano insegnato sin da quando erano stati capaci di parlare. Storie raccontate da voci antiche e cantilenanti, davanti alle fiamme del fuoco di campo, in quei momenti prima del sonno ristoratore quando il mondo appare ovattato e pieno di dolcezza. Frammenti di un’infanzia che oramai si erano lasciati alle spalle, giorni e notti felici in cui correre da un luogo all’altro non per uno scopo, ma per il puro piacere di sentire il vento e volare sulle dune con esso. Giorni e notti tristi, in cui Roxas aveva velocemente compreso il dolore di non essere desiderato, e l’infinito bisogno di amore e protezione che si nascondeva sotto il sorriso sciocco del suo gemello. Ora non vi erano più anziani cantastorie ad allietare il loro dormiveglia: quel tempo se n’era andato per sempre, assieme a qualcosa di indefinito a cui Roxas non sapeva dare un nome. Era rimasto solo il vento a raccontare loro delle storie.


Era un bel tramonto.

I colori erano densi. Le ombre lunghe.

Due ombre erano più cupe delle altre, distese in due anfratti levigati. Un najisat si svegliava lentamente da un sonno durato l'intero giorno; l'altro, annoiato e indolente, era rimasto sveglio, a guardare la luce giocare coi toni della pietra, sfumarla nelle gradazioni di rosso più incredibili.

Avevano vesti nere, aderenti al corpo, di quella pelle speciale che non era più conosciuta da molti decenni, così a sud del mondo: elastica, resistente, fresca di giorno e calda di notte. Di essa erano fatti i pantaloni e il lungo cappotto col cappuccio, studiati per resistere alle velocità folli delle sky-bikes nel deserto. La sabbia le scivolava via come acqua, per questo i due najisat non avevano l'aspetto di qualcuno che ha viaggiato a lungo, per giungere sin lì.

Erano vestiti in modo identico, se non per piccoli dettagli delle decorazioni o dei disegni in rilievo.
Per il resto, non potevano essere più diversi.


Axel si alzò, colpendosi con indolenza i fianchi per scuotere la poca polvere che gli si era accumulata addosso. La cosa buona del deserto era il suo profumo pulito, la cattiva era la difficoltà a passarci le ore da soli. Ormai se ne fregava di sforzarsi a ricordare il perché di quel vuoto che sentiva, quando il suo compagno di viaggio dormiva: l'importante era scrollarselo di dosso in fretta, quando era il momento di alzarsi.

Un najisat ha l'eternità, davanti, ma prima deve scontare fino all'ultimo respiro il passato umano.

Qualcuno glielo aveva detto, una volta, in termini molto interessanti: strizzare fuori l'acqua prima di fare la statuina di sale. O forse se lo era detto da solo. O, forse, a qualcuno che non c'era più.

Sollevò le mani in segno di resa. Che importava? Osservò il sole all'orizzonte, con un occhio socchiuso per la luce troppo intensa (dove diamine aveva messo gli occhiali scuri? Doveva averli lasciati giù, assieme al resto). Il verde velenoso delle iridi fu scacciato dalla pupilla, ma non distolse lo sguardo freddo da quella direzione. Sarebbero arrivati dall'ovest.

Sfilò l'elastico che aveva tenuto in una coda alta i capelli rossi. Era normale per un najis riverberare dei toni più saturi di madre natura, come le barriere coralline delle coste. Se non c'erano già gli occhi da gatto, così verdi da essere quasi inespressivi, a tradire la sua natura di najisat c'erano quei capelli impossibili, lunghi alle scapole, simili alla criniera di un leone.

E come un leone si aggirò per un po' sul tetto di roccia, osservando in cagnesco il tramonto. Era nervoso, ed essendo qualcosa che gli capitava molto raramente, faceva fatica a controllarla. Né se ne diede pena.

Disse a voce alta.

"Bevi prima della mezzanotte, saranno puntuali."

Il compagno, disteso su una roccia col capo coperto dal cappuccio, sollevò appena la mano facendo segno di non preoccuparsi. Sulla guancia spuntava una ciocca argentata.

"Ho fame. Andrò a caccia. Coniglio?"

Si sollevò, stendendo le braccia, sgranchendo il collo.

"Umani ti vanno bene?" domandò, divertito.

Il najisat ancora disteso si alzò agile, dandosi lo slancio con le ginocchia e mettendo saldamente i piedi a terra. Si sfilò il cappuccio con una mossa del braccio, non diede tempo ai capelli di cadergli sulle spalle, che rispose, pieno di sé ed annoiato:

"Un altro dei tuoi scherzi stupidi."

"Non è uno scherzo, è nell'aria l'odore. Ci sono umani".

Il najisat sollevò il viso al vento, inspirò a fondo, sbuffò.

"Non mi piace la carne umana".

"Ti ho viziato, Riku".

Gli impresse un cazzotto amichevole in una spalla, slacciandosi il manto di pelle per muoversi meglio e lasciar arrivare alla pelle l'aria della sera. Sotto, infatti, indossava solo una maglia a collo alto senza maniche, scura. Un najis non soffre né freddo né caldo, da un certo punto in poi della sua evoluzione. C'erano tecniche meravigliose che permettevano di isolarsi dagli stessi agenti atmosferici, e quando Riku era riuscito per la prima volta a stare sotto la pioggia senza bagnarsi aveva quasi esultato.

Riku non alzava mai la voce. Ad essere rumoroso bastava Axel.

"Immagino che mentre dormivo avrai pensato a uno splendido piano per tirarci fuori dai guai, se guai saranno".

"Avanti, lo sai benissimo - Axel disegnò un cerchio con la punta dell'indice, che seminò nell'aria una scia di fuoco, che avvampò e si materializzò in un chakram - Che semmai ammazzano me, e tengono vivo te. Tu gli servi ancora".

Riku unì le punte di pollice e indice in un cerchio, e le saette come lingue di fuoco sfrigolarono fino al polso. Premette il palmo dell'altra mano sul cerchio, chiuse le dita, e ritraendo il pugno estrasse una lama di tuono da nucleo di energia concentrata.

"Lo sanno benissimo che sei abbastanza furbo da fregarli".

"Tu mi darai una mano, ma non a stomaco vuoto. Andiamo a insegnare a quegli uomini una lezione".

Saltarono di roccia in roccia, seguendo ciascuno il percorso invisibile che capitava sotto gli occhi. In prossimità della fonte dei rumori, rallentarono, avvicinandosi con cautela. Per osare avventurarsi a sera nel Tempio, dovevano essere Cacciatori di jānn. Quando videro le forme di due ragazzini si acquattarono contro le rocce.

L'istinto sadico di Axel gli fece aguzzare la vista, colpito da una viva curiosità per il siparietto che creavano.

Riku, da parte sua, aveva qualche problema in più, perché li ricordava, anche se era passato qualche anno. E non era per niente positivo. Non poteva ammazzare Sora, anche volendolo. Prima che potesse bloccare Axel l'altro era già balzato giù, sollevando sbuffi di polvere sotto gli stivali pesanti. Prese uno slancio maggiore, atterrò con grazia tra il najis e i due, brandendo la spada verso di loro per tenerli indietro, gli occhi conficcati in quelli verdi e gelidi di Axel.

Edited by Panssj - 30/9/2009, 12:30

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Roxas fu in piedi ancor prima che lo strano tipo dalla criniera rossa avesse il tempo di atterrare, il bastone da difesa in mano. Anche Sora fece per alzarsi, ma con un calcio non troppo gentile lo rimise seduto, nascosto dietro il suo mantello.
Proteggilo era il grido che echeggiava nella sua mente, un ordine al quale non era capace di disobbedire.
Fece appena in tempo ad incrociare lo sguardo con quello che sembrava un feroce animale di forma umana – occhi verdi? Com’è possibile? – che la sua vista fu oscurata dal nero. Il color notte di un abito che avvolgeva una schiena possente e dolorosamente familiare. Possibile che fosse … ?
Sentì il respiro di Sora spezzarsi e ne ebbe la conferma. E provò sollievo, rabbia e gelosia al tempo stesso.
Grazie a Dio, è venuto, come sempre.
Perché è qui?
Non voglio che si avvicini a Sora.

“Axel” disse la figura davanti a lui, rigida come una colonna. La voce era piena di tensione.

Edited by karura - 16/10/2009, 23:14



Affondavo la mano nel laghetto dei loti e pensavo: «Sono felice. Che non un solo attimo mi scorra accanto senza essere ringraziato, baciato».
Una notte, domandai: «Sei felice, Al'skander?»
Rispose, sorridente: «Non lo capisci?»
«Oh, sì, per questo. Ma intendevo dire, qui, a Ecbatana.»
«Felice?» disse, riflettendo. «Che cos'è la felicità?» Mi accarezzò, per farmi sentire che mi era grato. «Avere realizzato i propri desideri, sì. Ma anche quando la mente e il corpo sono tesi fino a spezzarsi, quando non si ha un solo pensiero al di là di ciò che occorre fare subito dopo; in seguito ci si guarda indietro, e là era la felicità.»
«Tu non ti fermerai mai, non è vero, Al'skander? Nemmeno qui.»
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Axel falciò l'aria con un gesto stizzito, orizzontale, del braccio. Piegò il capo di lato, osservando la scena e ponderando bene la situazione.

Dunque: Riku si stava impuntando sui dettagli, i jānn erano in arrivo, e c'erano due bei ragazzini dall'aria intrepida e incosciente.

Axel non era il tipo da stare lì a calcolare tutte le mosse, quindi l'opzione meno disastrosa gli balzò agli occhi in uno schiocco di dita.

Fece dissolvere le armi, puntò un dito alla tempia e cincischiando con le vocali disse:

- Non vorrai mica mangiarteli tutti e due? Guarda che fai indigestione.

Fischiò, con fare annoiato. Si avvicinò a Riku che, al contrario, non aveva deposto l'arma, né l'avrebbe fatto. In compenso, gli occhi chiari non potevano nascondere il loro turbamento, perché se c'era una cosa su cui un giovane najis non aveva controllo, erano le variazioni di tono delle iridi. Adesso, erano grigie. Non erano sentimenti di esitazione: Riku gli avrebbe tagliato la testa (o provato a farlo) se avesse tentato di alzare un dito contro i due piccolini. Era... qualcosa che riguardava il suo cuore, nascosto, ma che il corpo tradiva. Riku era un guerriero, sapeva agire indipendentemente dalla mente, o dall'animo.

- Non li toccherò. Non li toccherai.

- Allora li toccherà qualcun altro, se restiamo graziosamente a crogiolarci qui, immagino. Il che sarebbe anche divertente...

E con questo, gli occhi di Axel incrociarono direttamente quelli chiari del biondino. Sembrava avere gran carattere, ed era un tratto che adorava, in una preda. Avrebbe combattuto, per proteggere l'altro, questo Axel lo intuiva distintamente. Anche a costo della vita. Gli fece pena: così debole, schiacciato dal destino. Ancora tanto fortunato da poter trovare riparo nella morte, o nelle lacrime.

Riku, da parte sua, si convinse che Axel non avrebbe agito sul serio. Tese le labbra in una smorfia dura, si voltò verso i due, e prima che un solo alito di vento potesse riempire il vuoto, dove un attimo prima era il suo corpo, e afferrò Sora, muovendosi più rapidamente di quanto nessun umano poteva soltanto seguire con gli occhi.

Balzò agilmente sopra un costone, lasciandolo cascare a terra.

- Cosa ci fate qui a quest'ora!

Lo rimproverò, con furia adamantina, trattenuta in un tono gelido. Non ci fu dettaglio del corpo di Sora che sfuggì ai suoi occhi, affamati di percorrerlo, guardarlo: era cresciuto, tanto cresciuto. Ma il suo sguardo... era lo stesso. Riku puntò la spada a terra, temendo che in qualche modo Sora potesse farsi male. Impossibile, certo. Ma solo la possibilità lo faceva infuriare.

Adesso, gli occhi di Riku erano tornati acquamarina, limpida e pura.

Edited by karura - 16/10/2009, 23:54

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Le dita di Sora si irrigidirono, strette a pugno come se volesse colpirlo, e poi si rilassarono. Non aveva senso, non poteva essere vero eppure ... Eccolo qui davanti a lui, alto e imponente come lo era sempre stato, figlio di quel mondo eppure indipendente da esso.

"Riku" sussurro' piano il moretto, sillabando bene le singole lettere, assaporando il suono di quel nome. "Riku" ripete' mentre gli occhi iniziavano a riempirsi di lacrime, e si sporse verso di lui allungando le dita bianche verso la mano avvolta nel guanto nero. Il ragazzo più alto si irrigidì e provò a ritrarsi, ma già era stato catturato, inevitabilmente, così come era sempre stato: il leone ammaliato dalla gazzella che non può fare a meno di contemplare, e amare.

Le piccola dita si strinsero attorno alla sua mano, al suo polso, decise a non lasciarlo andare più. La sua mano venne portata contro una guancia bagnata di lacrime, mentre il piccolo corpo ai suoi piedi singhiozzava e sussultava. "E' Riku. Riku è qui"

Ricordava, Sora. Ricordava il bambino che un tempo era stato quel ragazzo, un piccolo uomo dallo sguardo antico, troppo maturo per la sua età, che fissava sfrontato chiunque, sfidando il mondo intero. Non aveva avuto paura di niente quel piccolo Riku, la personificazione dell'arroganza e del coraggio.

Riku era il bambino che fissava il cielo e parlava di mondi lontani, di libertà di cui Sora non sentiva bisogno (cosa poteva esserci di più bello della loro oasi?), ma che avrebbe perseguito pur di restargli vicino. Riku era le orme solitarie sulla sabbia, che Sora ripercorreva con i piccoli piedi, inseguendolo ovunque. Riku era la schiena ampia, forte, eppure spezzata dalla solitudine che il moretto aveva desiderato stringere. Riku era il primo amore, l'inizio e la fine, e il suo cuore spezzato.

"Sei reale. Sei vivo".

Sora piangeva. Lacrime calde, di un cuore vivo, luminoso. Riku non poteva percepirle, perché aveva i guanti, eppure sembrava poter attraversare i mondi, quel pianto. Gli risuonava nel cuore. Lo rendeva... debole. Come non succedeva da molti anni.

Il najis aggrottò la fronte.

"Sora, non dovresti essere qui", si limitò a ripetere, evitando di chiedere spiegazioni.

Era pericoloso, in tutti i casi. Si chinò, lo fece rimettere in piedi, lo scosse per le spalle. Sarebbero arrivati almeno quattro jānn, difendere Sora e Roxas sarebbe stato impossibile: bastava anche solo un graffio per infettarli, e una volta che l'oscurità entra nel sangue di qualcuno, non c'é modo di guarirne. Si diventa najis, e infine jinn. Il solo pensiero che a Sora potesse accadere faceva impazzire Riku.

"Devi tornare a casa, immediatamente"

Separarsi, di nuovo. Era difficile ammetterlo, ma Riku sentì un dolore lancinante nel cuore. Le emozioni, che erano state avvolte dal ghiaccio, gorgogliavano di nuovo, sotto gli occhi celesti di Sora. Le mani guantate sfiorarono le guance del ragazzino, le labbra chiare del najis si posarono sulla sua fronte.

[...]

Roxas era rimasto a fissarli interdetto. Si era a malapena accorto del rapido movimento del ragazzo più alto, e un momento dopo Sora era lontano, distante, quasi irraggiungibile. Come allora, come sempre.

Riku era colui che sempre, costantemente, gli portava via Sora. Senza alcun rispetto per il fatto che fossero fratelli e prima di tutto gemelli, legati nella vita e nella morte. Lui arrivava e Sora non poteva più pensare, o esistere al di fuori di lui.

Sentì la gelosia artigliargli il petto, quella vecchia bestia feroce che credeva ormai sopita. Un lieve ringhio gli sfuggì dalle labbra minute, e gli occhi azzurri si cristallizzarono in un'espressione che non era odio, ma qualcosa di più feroce, animalesco.

Il pensiero che Riku non dovesse neanche trovarsi lì, che tutta quella situazione era assurda e impossibile non lo sfiorò. In quel momento, esisteva solo la rabbia.

Spostò tutto il peso su una gamba e si chinò, pronto a scattare arma in pugno, ma a metà del primo passo, mentre era praticamente sospeso in aria, un colpo violento e rapido come il vento lo mandò lungo disteso sulla sabbia.

"Merda - mormorò sputando un po' di sabbia, sentendo l'aria tornare a fatica nei polmoni. Si girò di scatto con un poderoso colpo dei reni, l'arma pronta fra le mani - Dimenticavo il cannibale".

In risposta ebbe una risata divertita. Neanche i posseduti sapevano imitare così bene una iena. Ma era anche vero che neanche i fulmini sapevano muoversi così in fretta, perché quello là era già sopra di lui, aveva afferrato una estremità del bastone, e sembrava più facile che questo andasse in mille pezzi che poter essere mosso, anche di poco.

Axel risolse la questione eliminandola alla radice: strappò il bastone da combattimento dalle mani del ragazzino e scivolò ginocchia a terra, tra le sue gambe. Lo prese per i polsi, eliminando ogni possibilità di ribellione. Detestava le maniere forti, ma in quel caso... Era anche una bella posizione.

Sorrise compiaciuto, socchiudendo gli occhi.

"Allora allora allora. Qui qualcuno non ha memorizzato bene le istruzioni della mamma, e s'é cacciato nei guai. Io sono Axel. Axel. Got it memorized?".

Dubitava che l'inglese fosse tra le conoscenze del ragazzino, era troppo tempo che la gente del nord non si spingeva così a sud del mondo. Perché farlo poi, era diventato un suicidio: le terre calde diventavano rapidamente oscure, e... Mhm, dopotutto lui stesso non ricordava nient'altro di inglese che quella frasetta, era Riku a occuparsi di quelle cose là.

Osservò il viso del biondino, rimpianse di non potercisi dedicare con la dovuta attenzione. Chissà se era solo molto incosciente, o aveva capito che non gli avrebbe fatto del male: non avrebbe mai strappato il cuore da una creatura così deliziosa, non era uno di quei najis che hanno perso la ragione. O almeno, non ancora.

Certo però che con quell'espressione sprezzante e deliziosa, il ragazzino invitava allo stupro mentale.

"Stanno per arrivare dei tizi orribili e cattivi. Più cattivi certo del sottoscritto. Ti faccio il favore di mangiare il tuo cuore prima che loro possano gettarti nell'oscurità", concluse.






1) Continuiamo in questa finestra, modificando man mano (non avrebbe senso, nella lettura, leggere un pezzo Riku/Sora uno Akuroku e poi di nuovo).
2) Mentre scrivevo ho avuto un'idea. Che ne pensi se Riku usa un incantesimo per far tornare Sora immediatamente a Firuzeh? Sora non potrebbe tornare indietro perché lo trattengono Kairi e Naminé? A restare coinvolto nella baruffa è solo Roxas, ecco perché è l'unico ferito. E con una scena figherrima fai che torna da solo, guidando febbricitante, e il fratello e le ragazze lo attendevano, e lo portano di nascosto in tenda. Poi succede come abbiamo già prospettato.


Edited by karura - 30/10/2009, 22:49



Affondavo la mano nel laghetto dei loti e pensavo: «Sono felice. Che non un solo attimo mi scorra accanto senza essere ringraziato, baciato».
Una notte, domandai: «Sei felice, Al'skander?»
Rispose, sorridente: «Non lo capisci?»
«Oh, sì, per questo. Ma intendevo dire, qui, a Ecbatana.»
«Felice?» disse, riflettendo. «Che cos'è la felicità?» Mi accarezzò, per farmi sentire che mi era grato. «Avere realizzato i propri desideri, sì. Ma anche quando la mente e il corpo sono tesi fino a spezzarsi, quando non si ha un solo pensiero al di là di ciò che occorre fare subito dopo; in seguito ci si guarda indietro, e là era la felicità.»
«Tu non ti fermerai mai, non è vero, Al'skander? Nemmeno qui.»
«Fermarmi? Con tutto quello che ho da fare? Spero proprio di no.»


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